Questa, come la precedente, rappresenta un viaggio, un percorso ricco di pause e di fermate, che parte da una semplice convinzione: tacere è un’arte, con delle regole che si possono apprendere, trasmettere ed esercitare.
Riscoprendo il silenzio che significa innanzi tutto ricostruire un rapporto diverso con il tempo delle proprie esperienze.
U viaggio che si basa sul delicato equilibrio fra dire e non dire, un po’ più vuote di parole e un po’ più ricche di senso.
Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza”
(Dante, Inf. XXVI, vv. 118-120)
Fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza”
(Dante, Inf. XXVI, vv. 118-120)
Prefazione di Aurelia Ambrosini
Non è la prima volta che Zina Romeo si cimenta con la poesia. Suoi sono i versi in lingua siciliana pubblicati nel 2004 con il titolo Poesie nel tempo (prefazione di Salvatore Di Marco), che hanno avuto riconoscimenti in premi letterari e buoni giudizi critici. Oggi la poetessa ci propone, questa volta in lingua italiana, una raccolta di poesie abbastanza corposa, che i lettori potranno sicuramente apprezzare per la carica emotiva ed esistenziale che traspare da essa.
Ci si domanda: “Che cosa spinge il poeta, in questo caso la Romeo, a scrivere prima in dialetto e poi in lingua? “A mio avviso l’autrice ha voluto avvicinarsi ai lettori utilizzando la lingua madre che le ha permesso di rendere, con espressioni più crude e intense, alcuni aspetti della vita che l’hanno particolarmente colpita, e che in dialetto danno una carica più incisiva e significativa.
In questa seconda raccolta l’autrice dà anche una spiegazione circa il perché ha continuato a “fare poesia”.
Da “Poeta”:
Il poeta è uno che crede di più,
che soffre di più
…………………
Si svuota del suo vivere
ed inizia a vivere ogni volta
…………………
Il poeta coglie i segni del tempo
scritti sulle cose.”
Ed è proprio a questo proposito che mi viene presto alla memoria tutto ciò che Victor Hugo scriveva sulla funzione del poeta: < (essenza del vivere) e religioso. E’ con questi che la Romeo elabora concetti, espressioni che la inducono a meditare su temi ricorrenti: la famiglia, l’amore, la natura ….. La sua poesia è lo specchio della sua vita, è il suo rifugio. Ricordiamo la poesia dedicata al padre da cui traspare quanto sia calmo e religioso il sentimento che l’ha ispirata a scrivere. Zina Romeo dialoga con la parte più segreta degli oggetti, degli animali, delle persone, della natura con un linguaggio semplice e accessibile, con una sensibilità poetica e lirica freschezza. Di tanto in tanto la poetessa sembra abbandonarsi ad un pessimismo a cui è difficile potersi ribellare. Si immerge nel mondo della memoria (fanciullezza soprattutto) con rinnovata nostalgia, fra le immagini di bellezza contemplata da fanciulla e il ritmo incalzante del presente con le sue tante negatività. In alcun momenti troviamo le figure descritte che sembrano diventare evanescenti; si confondono con elementi del creato: “le stelle, il cielo, il mare, l’acqua”; in altri prevale una malinconia pesante: “il fuoco del cielo, i fulmini, i tuoni, il buio profondo, la morte”. Questo alternarsi ci fa credere che la “fanciulla” di cui si parla abbia un bisogno costante di qualcuno e di qualcosa che l’accompagni nel lungo percorso della sua esistenza. Improvvisamente però la forte carica spirituale le dà forza e speranza. Zina Romeo vuole allontanarsi dal mondo, “questo mondo”, per essere figlia di un mondo diverso, dove possano contare i valori eterni e universali: la famiglia, l’amicizia, la solidarietà, la pace, la fratellanza; ed è qui la presenza del simbolo cristiano che entra con forza nel contesto per sottolineare l’aspetto negativo di tutte le violenze di questo mondo. Il sentimento religioso (a mio avviso) pervade ogni sua lirica. La sua poesia dunque desidera invitare l’umanità (come dice anche il poeta Umberto Saba, a dialogare, a stare insieme, a superare il dolore, l’indifferenza, a farci costruttori di valori umani, ad ascoltare il silenzio che attraverso la spiritualità costante darà una spiegazione a tutti i nostri perché. Allontaniamoci dal “frastuono” costante della vita, immergiamoci ancora una volta nel silenzio che ci permette di ascoltare l’unica e più profonda e universale voce di Dio.
Ci si domanda: “Che cosa spinge il poeta, in questo caso la Romeo, a scrivere prima in dialetto e poi in lingua? “A mio avviso l’autrice ha voluto avvicinarsi ai lettori utilizzando la lingua madre che le ha permesso di rendere, con espressioni più crude e intense, alcuni aspetti della vita che l’hanno particolarmente colpita, e che in dialetto danno una carica più incisiva e significativa.
In questa seconda raccolta l’autrice dà anche una spiegazione circa il perché ha continuato a “fare poesia”.
Da “Poeta”:
Il poeta è uno che crede di più,
che soffre di più
…………………
Si svuota del suo vivere
ed inizia a vivere ogni volta
…………………
Il poeta coglie i segni del tempo
scritti sulle cose.”
Ed è proprio a questo proposito che mi viene presto alla memoria tutto ciò che Victor Hugo scriveva sulla funzione del poeta: < (essenza del vivere) e religioso. E’ con questi che la Romeo elabora concetti, espressioni che la inducono a meditare su temi ricorrenti: la famiglia, l’amore, la natura ….. La sua poesia è lo specchio della sua vita, è il suo rifugio. Ricordiamo la poesia dedicata al padre da cui traspare quanto sia calmo e religioso il sentimento che l’ha ispirata a scrivere. Zina Romeo dialoga con la parte più segreta degli oggetti, degli animali, delle persone, della natura con un linguaggio semplice e accessibile, con una sensibilità poetica e lirica freschezza. Di tanto in tanto la poetessa sembra abbandonarsi ad un pessimismo a cui è difficile potersi ribellare. Si immerge nel mondo della memoria (fanciullezza soprattutto) con rinnovata nostalgia, fra le immagini di bellezza contemplata da fanciulla e il ritmo incalzante del presente con le sue tante negatività. In alcun momenti troviamo le figure descritte che sembrano diventare evanescenti; si confondono con elementi del creato: “le stelle, il cielo, il mare, l’acqua”; in altri prevale una malinconia pesante: “il fuoco del cielo, i fulmini, i tuoni, il buio profondo, la morte”. Questo alternarsi ci fa credere che la “fanciulla” di cui si parla abbia un bisogno costante di qualcuno e di qualcosa che l’accompagni nel lungo percorso della sua esistenza. Improvvisamente però la forte carica spirituale le dà forza e speranza. Zina Romeo vuole allontanarsi dal mondo, “questo mondo”, per essere figlia di un mondo diverso, dove possano contare i valori eterni e universali: la famiglia, l’amicizia, la solidarietà, la pace, la fratellanza; ed è qui la presenza del simbolo cristiano che entra con forza nel contesto per sottolineare l’aspetto negativo di tutte le violenze di questo mondo. Il sentimento religioso (a mio avviso) pervade ogni sua lirica. La sua poesia dunque desidera invitare l’umanità (come dice anche il poeta Umberto Saba, a dialogare, a stare insieme, a superare il dolore, l’indifferenza, a farci costruttori di valori umani, ad ascoltare il silenzio che attraverso la spiritualità costante darà una spiegazione a tutti i nostri perché. Allontaniamoci dal “frastuono” costante della vita, immergiamoci ancora una volta nel silenzio che ci permette di ascoltare l’unica e più profonda e universale voce di Dio.
Aurelia AMBROSINI
Ludovico GIPPETTO
Reciprocità del silenzio
Tra le diverse espressioni artistiche, possiamo notare come alcuni autori, dicono sempre più di ciò che ci sarebbe da dire, come nel caso di Ciaikovski ed altri, ad esempio, Bach, che non dicono mai nulla di più, ma neppure nulla di meno di ciò che c’è da dire, infine, altri che dicono meno, sempre meno, come se lo scopo della loro musica fosse il silenzio assoluto. Tra gli esempi più eclatanti: Faurè, Satie ed il compositore americano John Cage.
Quest’ultimo, nel 1952, presentava in pubblico la composizione 4,33, ovvero 4 minuti e trentatré secondi di silenzio, tanti dovevano bastare al pianista che si apprestava ad eseguire musica classica.
Li aveva osservati John Cage, quei pianisti che quando si siedono davanti al pianoforte, prima di battere sui tasti, si concedono lunghi istanti di concentrazione, perfino minuti.
Quel silenzio, non era non-essere, poiché esso era semplicemente altro, rispetto all’opera stessa.
Il silenzio diventa culla della musica, così come la luce e l’ombra nella pittura, come la massa e il vuoto nella scultura, come le pause nei versi di una poesia. Così il silenzio e il suono costituiscono il binario essenziale di ogni espressione artistica.
Più misterioso della nota vibrante e del suono è dunque il silenzio che anima la pausa, è l'assente che vive nel presente, è il limite che s'annida nell'essere. Con il silenzio si ascolta, si medita, si impara. Chi durante una conversazione, tace, può far comprendere, cioè determinare la comprensione, più autenticamente di chi non finisce mai di parlare. Tacere non significa essere muto, anzi, come una spugna assorbe tutti i suoni che lo circondano al fine di poter contare su una piena ed autentica apertura di se stesso.
Questo libro di Zina Romeo è un percorso ricco di pause e di fermate, che parte da una semplice convinzione: tacere è un'arte “senza perché”, con delle regole che si possono apprendere, trasmettere ed esercitare. Zina con il suo “cammino”, porta con se “la valigia”: con i suoi versi che ci fanno riscoprire il silenzio che significa innanzitutto ricostruire un rapporto diverso con il tempo delle proprie esperienze. Un “cammino” senza punti di arrivo e senza conclusioni, che si appaga del suo peregrinare percorrendo le più diverse età della sua vita: dall'infanzia all'adolescenza, alla maturità artistica.
Nella poesia di Zina Romeo, si percepisce come la dimensione del silenzio non è quella del nulla, quella della notte nera, o della morte. Essa, invece, è un percorso esistenziale ed umano. Più̀ volte, infatti, tra i suoi versi viene usata la metafora del cammino, del viaggio. Di una irrefrenabile smania di confrontarsi e di ricercare una meta, come nell’Ulisse visto da Vladimir Jankélévitch: il peregrinare pauroso, nostalgico del ritorno, di un ritorno che è avventura e metafora, un ritorno che cerca la sua direzione verso il silenzio. Un viaggio, questo, che è poi il viaggio del pensiero stesso, in un tempo: il nostro, dove non è più tempo di scoperte territoriali, ma invece, tempo di scoperte mentali, che richiede un’apertura di buona volontà al dialogo. Qui si colloca il lavoro dell’artista Zina Romeo, che ci presenta il suo viaggio, e come dei turisti ci lasciamo guidare dai suoi “silenzi”. Ma non possiamo fare a meno di percepire questo suo invito a diventare dei turisti del pensiero, del corpo. Turisti senza mappa, né macchina fotografica per registrare. Essere turista è mettersi in movimento per arrivare a capire che viaggiare attraverso il silenzio, è entrare in una camera anecoica per ascoltare l’inascoltabile, in una dimensione che può dire l'essenziale, forse anche perché quello che c'è da dire, preda del vociferante logos, non sempre coincide con quello che c'è da sentire.
Viaggiare attraverso il silenzio è dunque sentire che siamo vivi, così come non esiste uno spazio vuoto.
Così come quando un occhio umano guarda, c’è sempre qualcosa da vedere.
Quest’ultimo, nel 1952, presentava in pubblico la composizione 4,33, ovvero 4 minuti e trentatré secondi di silenzio, tanti dovevano bastare al pianista che si apprestava ad eseguire musica classica.
Li aveva osservati John Cage, quei pianisti che quando si siedono davanti al pianoforte, prima di battere sui tasti, si concedono lunghi istanti di concentrazione, perfino minuti.
Quel silenzio, non era non-essere, poiché esso era semplicemente altro, rispetto all’opera stessa.
Il silenzio diventa culla della musica, così come la luce e l’ombra nella pittura, come la massa e il vuoto nella scultura, come le pause nei versi di una poesia. Così il silenzio e il suono costituiscono il binario essenziale di ogni espressione artistica.
Più misterioso della nota vibrante e del suono è dunque il silenzio che anima la pausa, è l'assente che vive nel presente, è il limite che s'annida nell'essere. Con il silenzio si ascolta, si medita, si impara. Chi durante una conversazione, tace, può far comprendere, cioè determinare la comprensione, più autenticamente di chi non finisce mai di parlare. Tacere non significa essere muto, anzi, come una spugna assorbe tutti i suoni che lo circondano al fine di poter contare su una piena ed autentica apertura di se stesso.
Questo libro di Zina Romeo è un percorso ricco di pause e di fermate, che parte da una semplice convinzione: tacere è un'arte “senza perché”, con delle regole che si possono apprendere, trasmettere ed esercitare. Zina con il suo “cammino”, porta con se “la valigia”: con i suoi versi che ci fanno riscoprire il silenzio che significa innanzitutto ricostruire un rapporto diverso con il tempo delle proprie esperienze. Un “cammino” senza punti di arrivo e senza conclusioni, che si appaga del suo peregrinare percorrendo le più diverse età della sua vita: dall'infanzia all'adolescenza, alla maturità artistica.
Nella poesia di Zina Romeo, si percepisce come la dimensione del silenzio non è quella del nulla, quella della notte nera, o della morte. Essa, invece, è un percorso esistenziale ed umano. Più̀ volte, infatti, tra i suoi versi viene usata la metafora del cammino, del viaggio. Di una irrefrenabile smania di confrontarsi e di ricercare una meta, come nell’Ulisse visto da Vladimir Jankélévitch: il peregrinare pauroso, nostalgico del ritorno, di un ritorno che è avventura e metafora, un ritorno che cerca la sua direzione verso il silenzio. Un viaggio, questo, che è poi il viaggio del pensiero stesso, in un tempo: il nostro, dove non è più tempo di scoperte territoriali, ma invece, tempo di scoperte mentali, che richiede un’apertura di buona volontà al dialogo. Qui si colloca il lavoro dell’artista Zina Romeo, che ci presenta il suo viaggio, e come dei turisti ci lasciamo guidare dai suoi “silenzi”. Ma non possiamo fare a meno di percepire questo suo invito a diventare dei turisti del pensiero, del corpo. Turisti senza mappa, né macchina fotografica per registrare. Essere turista è mettersi in movimento per arrivare a capire che viaggiare attraverso il silenzio, è entrare in una camera anecoica per ascoltare l’inascoltabile, in una dimensione che può dire l'essenziale, forse anche perché quello che c'è da dire, preda del vociferante logos, non sempre coincide con quello che c'è da sentire.
Viaggiare attraverso il silenzio è dunque sentire che siamo vivi, così come non esiste uno spazio vuoto.
Così come quando un occhio umano guarda, c’è sempre qualcosa da vedere.
Ludovico GIPPETTO

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